Sei lettere, tremila anni: storia dell'iniziale come gioiello

Dal bue fenicio alla linea serpentina di Hogarth: cosa racconta la lettera che scegliamo di portare.

12/10/2026

Un bue e un'onda: da dove vengono A e M

Intorno al 1050 a.C. gli scribi fenici usavano ventidue segni, e ciascuno portava il nome di una cosa. Il primo, aleph, significava «bue»: una testa triangolare con due corna. I Greci, che non avevano bisogno di quel suono gutturale, ne fecero la vocale alfa e nel tempo la ruotarono, finché le corna diventarono le due gambe su cui la lettera poggia ancora oggi. Chi indossa la A porta dunque, senza saperlo, un animale capovolto. Mem, invece, era l'acqua: una linea a zigzag che imitava l'increspatura delle onde. Il latino l'ha irrigidita in quattro aste, ma nella M il ritmo di salita e discesa è rimasto quello di una superficie mossa.

Simeone A
Simeone A

F e R, le lettere corrette dai Latini

Non tutte le lettere sono arrivate a Roma già pronte. La F discende dal digamma greco, che indicava un suono simile alla «u» di «uomo» e che il greco classico lasciò cadere. Gli Etruschi, per scrivere la loro f, lo accoppiavano a una H; i Latini tennero il solo primo segno, e così nacque la F come la conosciamo. La R ha una storia analoga di aggiustamenti: il resh fenicio, «testa», era diventato il rho greco, identico alla nostra P. Per evitare la confusione, i Romani aggiunsero la gamba obliqua. Quel tratto, nato per necessità pratica, è oggi ciò che dà alla R il suo passo, quasi una figura colta mentre cammina.

Simeone A
Simeone A

La L e la misura delle capitali

Nel 1509 il matematico Luca Pacioli pubblicò a Venezia il «De divina proportione», che in appendice insegnava a costruire ogni maiuscola con riga e compasso, dentro un quadrato e un cerchio. La regola fissava lo spessore dell'asta a un nono dell'altezza. Mezzo secolo prima, a Verona, Felice Feliciano aveva tentato la stessa impresa misurando le iscrizioni antiche; il modello di tutti restava l'epigrafe alla base della Colonna Traiana, incisa nel 113 d.C. In questo sistema la L è la lettera più nuda: un'asta e un piede, nient'altro. Proprio per questo non perdona errori di proporzione, ed è la ragione per cui la L chiede a chi la disegna la massima disciplina.

Simeone M
Simeone M

La S e la linea della bellezza

La S è l'unica delle sei lettere priva di tratti rettilinei. Viene dallo shin fenicio, «dente», un segno spigoloso che i Greci ruotarono nel sigma e che i lapicidi romani ammorbidirono in due curve contrapposte. Nel 1753 il pittore William Hogarth, nel trattato «The Analysis of Beauty», indicò proprio in una linea serpentina il principio di ogni forma gradevole. L'aveva già dipinta sulla tavolozza del suo autoritratto del 1745, con la scritta «The Line of Beauty». Secondo Hogarth l'occhio ama essere condotto, non fermato. È un'osservazione che un gioiello conferma facilmente: sulla S la luce non si arresta su uno spigolo, ma scorre da un'ansa all'altra.

Simeone A
Simeone A

Dal sigillo alla cifra: perché basta una lettera

Portare addosso un segno che ci identifica è un gesto antico. Svetonio racconta che Augusto sigillava le lettere prima con una sfinge, poi con il ritratto di Alessandro, infine con il proprio. Carlo Magno firmava i diplomi con un monogramma a croce: le consonanti di «Karolus» ai quattro bracci e le vocali raccolte nel rombo centrale. In Italia, fino al Novecento, le cifre ricamate sul corredo dichiaravano a chi appartenesse la biancheria di una casa. L'iniziale al collo o al dito è l'erede di questa tradizione, ma ne rovescia il senso: non serve più ad autenticare, serve a ricordare. Si può scegliere la propria lettera oppure quella di un altro; per trovarla, il punto di partenza è la tutte le collezioni.

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